Un commento da Heimdall, alcune curiosità.

L’utente Heimdall scrive una breve recensione di Ahab sul forum dello Studio Ghibli. La risposta di Mauro mette in luce alcuni aspetti della produzione e della composizione di Ahab. Riportiamo entrambe anche qui, per i lettori del blog.

Heimdall scrive
Finalmente sono riuscito a estorcere la mia copia dalle rapaci mani di mio fratello e, con enorme ritardo, sono riuscito ad ascoltare anch’io la vostra opera.
Potevo farlo in privato, ma preferisco esternare pubblicamente il mio apprezzamento per un lavoro maturo, profondo, suonato strepitosamente e che, persino nella produzione, "suona" come un album professionale.

A differenza del precedente lavoro, pure pregevolissimo ma talora un po’ lezioso – se me lo consenti  – questo è invece asciutto e limato come si conviene a un prodotto della maturità artistica. Così pure rispetto a "Faust" appare più equilibrato il gioco delle citazioni, sia musicali (che pure a un orecchio inesperto come il mio vengono talora in evidenza), sia testuali (e qui, forse, qualcuna in più riesco a coglierla), determinando un lavoro che vive del tutto di vita propria.

Miei personali hits: "Partenza" e "Rampone". "Morte" è hors categorie, come i grands prix della montagna del Tour de France, perché è un capolavoro degno di tutta la tradizione a cui vi ispirate: climax spettacolare e necessaria pirotecnia finale di un cd che si fa ascoltare e riascoltare, a volume alto durante i viaggi in autostrada così come con toni più moderati in cuffia nella sommessa veglia serale. Complimenti ancora!

Peccato davvero che rappresenti il canto del cigno del vostro complesso. Temo, quindi, che non si potrà ascoltarlo dal vivo, vero?

Mauro risponde:

un lavoro maturo, profondo, suonato strepitosamente e che, persino nella produzione, "suona" come un album professionale

Abbiamo fatto il possibile perché il tutto fosse presentabile per il mercato odierno, sia nella produzione – che impone precisione millimetrica nel timing ad esempio -, che nell’arrangiamento – come il tentativo  di calibrare gli strappi e le cuciture al codice musicale. E queste premesse hanno costruito un disco di progressive rock che è tutto tranne che veramente "rock", cioè gli manca, a mio dire, la freschezza e la semplicità diretta del rock. So che può essere un difetto per molti, ma so anche che era nostra intenzione aprioristica produrre in album simile e pertanto lo considero un successo personale. Aver creato un album barocco, totalmente sviluppato per lo studio (praticamente insuonabile dal vivo con tali arrangiamenti a meno di non avere un orchestra, 4 chitarristi e 2 batterie), che cozza con quanto sviluppato in ambito compositivo (presenza di riff classici rock, momenti di pesantezza quasi metal ecc).
Il tutto dunque compiuto consapevolmente proprio perché a nostro dire il capitano Ahab andava presentato come minimo come la summa (ma non la fusione completa in un grigio medio) tra bianco e nero. Questa dunque la nostra volontà: scontrare i contrasti, senza mai veramente fonderli.
E anche nella produzione abbiamo cercato questo obiettivo, chiaramente irraggiunbile.

differenza del precedente lavoro, pure pregevolissimo ma talora un po’ lezioso – se me lo consenti  –

Consento e concordo.

appare più equilibrato il gioco delle citazioni, sia musicali (che pure a un orecchio inesperto come il mio vengono talora in evidenza), sia testuali (e qui, forse, qualcuna in più riesco a coglierla), determinando un lavoro che vive del tutto di vita propria.

In questo caso le citazioni non sono esplicite come in Faust, ma sono state masticate, ridotte in poltiglia, ingerite e digerite prima del loro utilizzo e solamente se potevano, una volta utilizzate, far "del bene" alla canzone stessa. Il nostro punto fisso era: serve alla canzone? Serve a quel che vogliamo dire in questo momento dell’album? Se si, si teneva (e si son tenuti pure momenti armonici di Schoenberg), altrimenti no (fosse anche stato un momento sublime. La ghost track, che è nata da un brano mai concluso, ne è l’esempio  )

Miei personali hits: "Partenza" e "Rampone".

Incredibile due volte.  Partenza è stata in forse fino all’ultimo, e comunque da sempre considerata canzone di passaggio, minore rispetto alla precedente "vendetta" (più caratterizzata nel codice) e la successiva "Oceano" (con il suo incedere maestoso). E invece in molti me la stanno definendo come uno dei momenti più felici dell’album. Addirittura un amico ieri mi fa "la parte più bella dell’album? Il finale in piano solo e voce di partenza!".
E io , praticamente, resto sgomento.
Praticamente quello è la cosa meno studiata di tutto l’album. E’ stato, in pratica, un tentativo di finale della canzone, registrato in un’unica take, suonando il pianoforte e cantando la linea melodica senza tante pretese, così come veniva, senza curare molto anche l’aspetto produttivo (tant’è che nel mic rientravano i tasti con la compressione). Ci siamo detti, come ho già riferito prima, proviamo, dopo una canzone studiatissima, a mettere un momento di completa libertà e semplicità, di intimità, di "come va, va". E a quanto pare l’effetto funziona (anzi, a detta di questo mio amico l’effetto è "devastante", ma lui è di parte). 

"Morte" è hors categorie, come i grands prix della montagna del Tour de France, perché è un capolavoro degno di tutta la tradizione a cui vi ispirate

All’inizio della scrittura dell’album, Michele (il chitarrista) è arrivato con un foglio di autocad stampato a colori (più preciso di così), dove venivano indicati i presumibili titoli delle canzoni che già stavano nascendo, i minuti massimi e minimi cui dovevano rientrare, e il climax delle stesse. Per chi voglia visionare il grafico trovate un post sul blog. Confrontando vedrete che non ce ne siamo discostati di molto e sinceramente ne siamo veramente felici.
"Morte", da grafico, era la canzone più lunga e quella che doveva avere il climax più alto, nonostante chiaramente non potesse pretendere di mantenerlo per TUTTA la canzone. Sono contento che anche per te, carissimo heim, il risultato di pathos sentito sia più o meno quel che volevamo fin dall’inizio. 

Complimenti ancora!

Grazie, non sai che piacere mi ha fatto questa inaspettata recensione. 

Peccato davvero che rappresenti il canto del cigno del vostro complesso. Temo, quindi, che non si potrà ascoltarlo dal vivo, vero?

A parte le enormi difficoltà che già prima ti citavo, per ora temo proprio di si. Non che non ce ne dispiaccia, ma nei quattro (e passa) anni che ci ha occupato questa produzione molte cose sono cambiate, tra cui anche gli impegni familiari di tutti. Era giusto finire comunque "in bellezza", permettendo che delle idee che consideravamo decenti potessero uscire nel migliore dei modi. Ben sapendo che ognuno di noi proseguirà il suo cammino artistico, potrebbe comunque succedere di tutto con il tempo. Già il regista produttore di Teatro Minimo mi ha chiesto se vogliamo metterlo in scena. Idea allettante, ma servirebbe una produzione degna e pertanto costosa e pertanto improduttiva visto il genere underground che facciamo. Mai dire mai, certo. Anche se è un detto infingardo perché è un inganno che alimenta la pigrizia.

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