Pubblichiamo in questo spazio, previo assenso dell’autore, la riflessione redatta dall’artista e scrittore Jude Quinn su Ahab, scritta di sua volontà, giunta a noi come inaspettato e splendido regalo.
Più di una recensione: una re-visione, re-invenzione, gestione di sangue proprio mischiato con quello che sgorga dall’album. Un incontro scontro confronto sano, onesto, artistico.
Ahab, Minstrel, 2009
dedicato a Mauro Ghilardini
“Ma non capisco il vuoto dentro me” recita “Alba”, un tentativo di districamento dallo spaesamento, un canto che s’innalza “schiavo del copione” ma “deciso ad innalzarsi”, supportato da un muro artistico che naviga alla ricerca di, non importa di cosa, ognuno lo capira’ per se’ ascoltando la propria sete di sangue dispiegata in strumenti di indagine proiettivi come tele d’espressionismo astratto di mattatoi in bianco e nero Rorschach, che per trovarsi, ritrovano ogni conoscenza fino all’essenza, come in una totale ricerca piegata al sé.
Ed è proprio questo “Ahab”, l’Alchimia di un’Attesa, il Desiderio e Miraggio di un Viaggio, non un’Utopia piu’ di quanto non lo sia la Vita, non un “Album” piu’ di quanto non lo sia un’Opera d’Arte, teatrale celebrazione tentacolare non piu’ di quanto lo sia un’Esca da raccogliere in bocca e con la quale sfigurarsi per tornare a respirare fuori dall’acqua.
Come le affermazioni coltellate che celebrano la cavalcata senza scampo dal nome di “Morte”. E allora sono 2001 le Morti che celebrano in Ahab i Minstrel, riti primitivi scalfiti supportati da un sudario sonoro granitico, per poi sussurrarci, in modo kubrickiano, come se niente fosse, come un’ultima stoccata nel petto, prima della chiusura della salma colta in flagrante nell’atto di calarsi, che c’è ancora una Voce, Feto nel Buio Siderale, Organismo Vivente nello Spazio, Ultimo Sussurro che Crede, Profeta Terrestre che Sceglie, dove nascondere cio’ che piu’ di prezioso possiamo concepire: la Rinascita di una Speranza, scia dopo i tramonti di un’Alba, inizio di un epilogo senza parole se non quelle piu’ vere perche’ non un pianeta qualsiasi il puro vede ma solo quello – Terra – dove e’ scolpita e vige la Vita, solo e unico “campo” dove puo’ rinascere, seme nel buio, ora vuoto riempito – che sia spazio mare o celeste – “perche’ l’inseguimento è proprio come un ritorno”, imparando a morire, ancora, con il “sangue da esibire”, come una fine scolpita in un progresso al contrario dove spingersi sempre “oltre”, per capire che le infinite possibilita’ del Presente
potrebbero nascondersi nella tana della nostra terra, proprio quella dove stiamo appoggiando i nostri piedi.
Jude Quinn
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Ahab, una re-VISIONE
Pubblichiamo in questo spazio, previo assenso dell’autore, la riflessione redatta dall’artista e scrittore Jude Quinn su Ahab, scritta di sua volontà, giunta a noi come inaspettato e splendido regalo.
Più di una recensione: una re-visione, re-invenzione, gestione di sangue proprio mischiato con quello che sgorga dall’album. Un incontro scontro confronto sano, onesto, artistico.
Ahab, Minstrel, 2009
“Ma non capisco il vuoto dentro me” recita “Alba”, un tentativo di districamento dallo spaesamento, un canto che s’innalza “schiavo del copione” ma “deciso ad innalzarsi”, supportato da un muro artistico che naviga alla ricerca di, non importa di cosa, ognuno lo capira’ per se’ ascoltando la propria sete di sangue dispiegata in strumenti di indagine proiettivi come tele d’espressionismo astratto di mattatoi in bianco e nero Rorschach, che per trovarsi, ritrovano ogni conoscenza fino all’essenza, come in una totale ricerca piegata al sé.
Ed è proprio questo “Ahab”, l’Alchimia di un’Attesa, il Desiderio e Miraggio di un Viaggio, non un’Utopia piu’ di quanto non lo sia la Vita, non un “Album” piu’ di quanto non lo sia un’Opera d’Arte, teatrale celebrazione tentacolare non piu’ di quanto lo sia un’Esca da raccogliere in bocca e con la quale sfigurarsi per tornare a respirare fuori dall’acqua.
Come le affermazioni coltellate che celebrano la cavalcata senza scampo dal nome di “Morte”. E allora sono 2001 le Morti che celebrano in Ahab i Minstrel, riti primitivi scalfiti supportati da un sudario sonoro granitico, per poi sussurrarci, in modo kubrickiano, come se niente fosse, come un’ultima stoccata nel petto, prima della chiusura della salma colta in flagrante nell’atto di calarsi, che c’è ancora una Voce, Feto nel Buio Siderale, Organismo Vivente nello Spazio, Ultimo Sussurro che Crede, Profeta Terrestre che Sceglie, dove nascondere cio’ che piu’ di prezioso possiamo concepire: la Rinascita di una Speranza, scia dopo i tramonti di un’Alba, inizio di un epilogo senza parole se non quelle piu’ vere perche’ non un pianeta qualsiasi il puro vede ma solo quello – Terra – dove e’ scolpita e vige la Vita, solo e unico “campo” dove puo’ rinascere, seme nel buio, ora vuoto riempito – che sia spazio mare o celeste – “perche’ l’inseguimento è proprio come un ritorno”, imparando a morire, ancora, con il “sangue da esibire”, come una fine scolpita in un progresso al contrario dove spingersi sempre “oltre”, per capire che le infinite possibilita’ del Presente
potrebbero nascondersi nella tana della nostra terra, proprio quella dove stiamo appoggiando i nostri piedi.
Jude Quinn
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